Negli anni ‘70, le opere di J.R.R. Tolkien (1892 – 1973) godettero di una enorme fortuna. Il mondo di Arda creato dal Professore, con le creature fantastiche che lo abitavano, sembravano una risposta perfetta al clima di silenzioso terrore creato dalla Guerra Fredda. In Italia si assiste però al tentativo, da parte dei movimenti di estrema destra, di inserire “Il Signore degli Anelli” all’interno della scarsa letteratura dalla quale potevano attingere, cercando di estrapolare dall’opera messaggi che potessero ricondurre ad una concezione neo-fascista.

Locandina del Campo Hobbit di Benevento (1977)
Nel 1977 su ispirazione del fiorentino Marco Tarchi, direttore della rivista “La voce della fogna”, venne inaugurato a Montesarchio (provincia di Benevento), il primo “Campo Hobbit”, quasi una risposta al raduno di Parco Lambro a Milano dei movimenti giovanili di sinistra.
Sembrava quasi un paradosso: movimenti che derivavano dal fascismo, il quale propagandava con forza un’ opposizione a tutto ciò che era inglese, adottarono la mitologia che Tolkien aveva creato per riempire una lacuna della cultura britannica.
E’ quasi superfluo dire che il tentativo della destra, diventato ormai un’ opinione ben radicata, di presentare l’opera tolkieniana come un’ apoteosi dei valori e dell’ideologia fascista sia un’enorme e ridicola strumentalizzazione.
Tolkien stesso si oppose ad un’interpretazione politica del Signore degli Anelli, come possiamo leggere in varie sue epistole, pubblicate nella raccolta “La realtà in trasparenza“.
Leggiamo che Il Signore degli Anelli «non ha intenzioni allegoriche [...] o morali, religiose o politiche» (Lettera 165) e che «solo l’Angelo custode di ognuno di noi, oppure Dio stesso, è in grado di svelare la vera relazione che c’è tra i fatti personali e le opere di un autore. Non certamente l’autore stesso (benché ne sappia più di qualsiasi investigatore), e certamente nemmeno i cosiddetti “psicologi”» (Lettera 213).
Quindi se proprio si vuole cercare un’interpretazione allegorica ci si deve rivolgere ad una visione cristiana, come Tolkien stesso non nega. Scrive infatti: «Il Signore degli Anelli è fondamentalmente un’opera religiosa e cattolica; all’inizio non ne ero consapevole, lo sono diventato durante la correzione. Questo spiega perché non ho inserito, anzi ho tagliato, praticamente qualsiasi allusione a cose tipo la religione, oppure culti e pratiche, nel mio mondo immaginario. Perché l’elemento religioso è radicato nella storia e nel simbolismo. Tuttavia detto così suona molto grossolano e più presuntuoso di quanto non sia in realtà. Perché a dir la verità io consciamente ho programmato molto poco: e dovrei essere sommamente grato per essere stato allevato (da quando avevo otto anni) in una fede che mi ha nutrito e mi ha insegnato tutto quel poco che so.» (lettera al padre gesuita Robert Murray).
Tolkien non era nè un attivista nè uno scrittore di propaganda ma ovviamente aveva delle precise idee politiche, che espone nelle sue lettere. Giudica Hitler un «piccolo ignorante, ispirato da un diavolo pazzo» (Lettera 45), Stalin un «vecchio assassino assetato di sangue» (Lettera 53), era un patriota ma solo nei confronti dell’Inghilterra e non del Commonwealth.
Uno degli aspetti su cui la destra si è concentrata è la massiccia presenza della violenza nel romanzo come elemento risolutivo, unica strada per riportare la pace e i valori. Ma della guerra Tolkien pensa tutto il male possibile, poichè essa «moltiplica per tre la stupidità e all’ennesima potenza» (Lettera 61).
E la discriminazione razziale, su cui tante se ne sono dette? Tolkien nacque in Sudafrica, provò orrore per l’apartheid e sul razzismo in generale diceva che «i tedeschi hanno lo stesso diritto di definire polacchi ed ebrei vermi da schiacciare, creature subumane, quanto noi di definire così i tedeschi: e cioè nessuno, qualunque cosa abbiano fatto» (Lettera 81).
Questo articolo è una precisazione dovuta, essendo io un grande appassionato dell’opera di Tolkien e provando un “leggero” disgusto nel vederla indebitamente arricchita di significati che l’autore stesso ha ritenuto erronei ed inopportuni.